It’s not time to make a change
Just relax, take it easy

C. Stevens, 1970

Così cantava Cat Stevens nella celebre canzone Father and Son, un dialogo tra padre e figlio, tra due generazioni, due archetipi che si scontrano e si incontrano continuamente.

Father and Son è anche il titolo del primo videogame prodotto e distribuito gratuitamente da un museo archeologico e dedicato ad un pubblico trasversale.

Quale Museo ha avuto questa illuminata intuizione? Probabilmente un museo estero, uno di quelli più visitati al mondo, in effetti là sono avanti anni luce…e invece no.

Si tratta del MANN di Napoli, gioiello che raccoglie la collezione Farnese, una collezione egizia e una pompeiana e reperti provenienti dal territorio (i quali raccontano una storia che arriva sino all’epoca borbonica!), che ha unito in un unico progetto un team poliedrico di esperti, formato dal direttore del Museo Paolo Giulierini, dal prof. Ludovico Solima, dall’Associazione Tuo Museo, da professionisti del gaming come Fabio Viola, Alessandro Salvati, Sean Wenham e Arkadiusz Reikowski.

Fabio Viola, un engagement scientist al Centro Culturale Candiani di Mestre

Se già l’idea di unire videogame e Museo risultasse straordinaria (e l’eco avuto su stampa e canali di informazione digitali ne è una riprova), ascoltare le parole di Fabio Viola nell’incontro tenutosi ieri 26 gennaio al Centro Culturale Candiani di Mestre è stato ancora più entusiasmante.

gamification father and son fabio viola

Si è parlato soprattutto di cultura, di come essa debba necessariamente confrontarsi con il mondo esterno e con i cambiamenti che inevitabilmente stanno avvenendo o sono già avvenuti.

Si scopre così che Father and Son non sarà (l’uscita è prevista per marzo 2017) il videogame del Museo.

Ma come? Il Museo produce un videogioco e questo non servirà ad orientarsi tra le collezioni, a vedere le sue opere, ad interagire con esso? No. O meglio, il Museo sarà sempre presente, perché la trama del gioco è ricollegata a questo luogo e a molti altri che fanno parte della sua storia, ma non ci ritroveremo a ripercorrere con un avatar le sue sale.

Il videogioco punta ad un obiettivo più alto: far riflettere su temi importanti come la connessione tra il passato e il presente, sulla difficoltà e l’importanza di comprenderlo e salvaguardarlo senza lasciarsi intrappolare, sulla tutela e sulla valorizzazione, sullo scontro tra generazioni.

Come quel padre e quel figlio che devono imparare a riscoprirsi, a capirsi, ad accogliere un’eredità e lasciarsi superare nel flusso continuo della vita e della storia.

Il videogame come media per la valorizzazione

Si giunge così a capire che il videogioco stesso diventa un prodotto culturale, perché genera cultura.

Non è quindi un mezzuccio per avvicinare a tutti costi giovani annoiati da posti polverosi, trasformando il museo in un luna park, ma è uno strumento artistico che serve per raggiungere quante più persone possibili, facendole riflettere su grandi temi, come, in questo caso, la storia. Se non ammettessimo questo, dovremmo considerare anche le opere d’arte, i film e la musica come “mezzucci” per parlare di vita, amore, pace, morte…

Il videogioco, insomma, con la sua possibilità di coinvolgere in prima persona il suo fruitore, facendogli fare delle scelte, spingendolo ad interrogarsi e a confrontarsi con temi di vario tipo, e grazie ad un grande potere di story-telling, può davvero diventare un mezzo di valorizzazione importantissimo per il futuro dei beni culturali.

E noi siamo curiosissimi di sperimentarlo.

Ecco il trailer di Father and Son:

Now there’s a way and I know that I have to go away
I know I have to go

Videogame = cultura… un’equazione per il futuro2017-01-27T12:17:01+00:00Sara

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